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Dubbi

Preliminarmente, un dubbio: se scrivere di migranti, anche quando si sostengano tesi opposte a quelle governative, sia già una vittoria di Salvini, il cui maggior risultato è stato porre il tema al centro del dibattito pubblico come chiave per interpretare le sofferenze degli italiani, dall’insicurezza alla mancanza di lavoro, dall’identità culturale alla povertà. Perché se a fronteggiarsi sono in questa visione contraffatta, da una parte le ragioni della solidarietà e dall’altra una qualche necessità impellente di una popolazione affaticata da anni di crisi – avere meno reati, meno mendicanti, meno terroristi, ecc. – le prime sono perdenti in partenza: bollate facilmente come radical chic, lussi intellettuali di chi si può permettere di essere solidale perché agiato, da contrapporre, nella narrazione governativa, al “popolo” che già ne ha poco per sé e non può fare a mezzo con altri; quindi prima gli italiani.

La narrazione distorta

E’, questo, un rischio cui si espongono tutti coloro che riaffermano le ragioni della solidarietà, in questa narrazione distorta. Distorta perché nella realtà l’effettiva entità dei maggiori problemi degli italiani – la mancanza di lavoro, un sistema di protezione sociale che lascia le famiglie dolorosamente sole a fronte di rischi comuni come l’invecchiamento di un genitore, le mille fatiche burocratiche a svolgere le attività quotidiane e quelle di impresa e via dicendo – c’entrano poco o nulla con la presenza di migranti, sono problemi tutti italici che affondano le loro radici in antichi vizi del nostro Paese; ma, appunto, la narrazione distorta imposta dal Governo allude al fatto che tali problemi siano causati o accentuati dalla presenza di stranieri, rendendo ogni appello alla solidarietà inefficace. Poco conta che le analisi serie dicano tutt’altro sia dal punto di vista economico sia previdenziale, non è questo al centro del dibattito pubblico.

Il resto viene da sé. Se la solidarietà è il lusso di ricchi sfaccendati, anche gli appelli come quello di un anno fa di Padre Alex Zanotelli, che ben ricostruisce le radici dei fenomeni migratori e delle fughe dai conflitti, rischiano di perdersi nel nulla, tra il disinteresse della stampa e il corollario naturale della narrazione precedente: “loro stanno meglio di noi”, sono “palestrati”, “hanno il cellulare”: e quindi è necessario un governo che “faccia finire la pacchia”.

L’Europa. E l’Italia

Questo vento, come è noto, interessa tutta l’Europa. La sostanziale sconfitta della posizione italiana, con buona pace delle dichiarazioni del nostro premier, è un segnale allarmante. A prescindere dalle origini xenofobe delle posizioni del nostro Governo, la richiesta di superare Dublino e condividere le responsabilità sull’accoglienza a livello comunitario è del tutto ragionevole e coerente con lo spirito comunitario. Ma purtroppo il vento dell’irrazionalismo spira in tutto il continente ed è difficile per qualsiasi Governo fare dei passi avanti su questo tema.

L’Italia fa bene ad irritarsi; potrebbe anche però iniziare a praticare la condivisione a casa propria, superando definitivamente la volontarietà dell’accoglienza da parte dei comuni, che crea la doppia distorsione dei comuni – magari governati da esponenti dello stesso colore politico di chi reclama l’assunzione di responsabilità diffuse in Europa – che rifiutano l’accoglienza e comuni che al contrario ne colgono il possibile business scegliendo di ospitare centri di grandi dimensioni.

Quelli che c’erano prima

Se oggi il razzismo dissimulato dietro ad una narrazione “popolana” (cosi si definiva il capostipite leghista: “non siamo popolari, siamo popolani!”, diceva anni fa riferendosi ad una formazione politica erede della DC) va per la maggiore, quelli che c’erano prima ci hanno messo del loro da due punti di vista.

Primo, l’universalmente stimato Minniti aveva sdoganato un anno fa il concetto che per difendere le coste dall’invasione nera si possa tollerare e sostenere la reclusione dei migranti in campi di concentramento in Libia; con che credibilità, oggi, quella parte politica può attaccare l’attuale Governo? Solo perché fa in modo più deciso ed esplicito quello che già lei faceva un anno fa, seguendo lo stesso principio?

Secondo, circa l’organizzazione dell’accoglienza in questi anni vi sono molti aspetti discutibili. E non ci si riferisce tanto agli scandali, pure gravissimi, a chi lucra sui disperati sistemandoli in condizioni estranee alla dignità umana; ma ad un modello di accoglienza che va ripensato e rilanciato a partire da alcune esperienze di grande valore, frutto generalmente dell’incontro tra amministrazioni locali avvedute e le parti migliori del mondo cooperativo. Un modello di accoglienza, quest’ultimo, che già include in sé un principio di integrazione.

Da dove ripartire

Da dove ripartire quindi? Dalla responsabilità, individuale e collettiva, di lavorare ciascuno nel proprio ambito per ricostruire una diversa narrazione basata sulla buona accoglienza possibile, che non può prescindere da alcuni punti fermi:

  • l’accoglienza deve essere diffusa: nessuna grande concentrazione, nessun Comune che venga meno alle proprie quote e nessuno che si prenda quote altrui; nessun luogo di accoglienza con più di una decina di persone insieme: 2 / 3 persone ogni mille abitanti sono sostenibili da tutti, senza impatti distorsivi sul contesto locale;
  • l’accoglienza deve essere attiva (e qui risiede il principio di integrazione): dopo un primo breve periodo, in nessun caso la giornata della persona accolta può essere vuota, fatta di permanenze inattive in piazze e pubbliche vie. Che siano attività formative – in primo luogo l’apprendimento della lingua – o di servizio alla comunità, chi è accolto deve essere positivamente impegnato nel corso della giornata. Situazioni diverse sono degradanti per la persona accolta e generano ostilità tra i cittadini. Al contrario stili di accoglienza attiva e operosa – fino ai casi di paesi che rinascono, recuperano decoro e attività economiche grazie all’accoglienza - sono riconosciuti come positivi da amministratori locali di ogni colore politico e dalla popolazione.

Si è ben consapevoli che questi semplici due punti non sono affatto facili e scontati e che se non sono stati sino ad ora messi in atto non è solo per inerzia e incapacità, ma perché essi richiedono un lavoro attento e impegnativo e un ampio coinvolgimento della società civile, a partire dalla cooperazione sociale e dalle altre organizzazioni di terzo settore. Ma da qui si può ripartire per impostare una diversa narrazione dell’accoglienza, che non debba limitarsi agli appelli (perdenti) alla solidarietà e all’umanità e che non giochi solo in difesa basandosi su misure “disumane, ma un po’ meno” rispetto a quelle dell’attuale Governo.

Perche?

La vera sfida non può risiedere nel tentativo di mettere in atto azioni tese a disincentivare, arrestare o deviare verso altri lidi un fenomeno che, per sua natura intrinseca, è inarrestabile. Dobbiamo dirla questa verità, smascherando anche lo slogan ipocrita del “bisogna aiutarli a casa loro”: a meno che non si voglia coscientemente abbandonare milioni di persone al loro destino di miseria, fame e morte certa (cosa che, di fatto, per molti aspetti stiamo già facendo da decenni), dobbiamo comprendere che nessuno, nemmeno il più sprovveduto e ingenuo degli uomini, si assumerebbe il rischio così alto di un progetto migratorio tanto incerto se non avesse la consapevolezza che, ciò che si lascia alle spalle, non offre proprio più nulla, nessun punto di appoggio e nessuna speranza.

La vera sfida consiste nell’assumere responsabilmente e consapevolmente l’entità e l’ineluttabilità della questione, operando quotidianamente nella costruzione di modelli sostenibili di accoglienza e integrazione, variabili in base ai singoli contesti in cui si attuano, e narrarli, narrarli continuamente e ostinatamente perché, parafrasando don Peppe Diana, “per amore del nostro popolo (l’umanità), non taceremo”.

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