Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella Cookie policy.
Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

Si potrebbe obiettare che, da un punto di vista pratico, la questione è forse fastidiosa, ma non così rilevante; ma merita di essere discussa, perché le contraddizioni che manifesta ci aiutano a comprendere l’insensatezza del principio che, al di là del tema in discussione, si applica più in generale al rapporto tra pubbliche amministrazioni e terzo settore.

Tra i vari punti analizzati nel documento dell’ANAC di cui si è scritto la scorsa settimana vi è anche questo: ad ACI sociale che chiedeva di chiarire che “le organizzazioni di volontariato non posso partecipare alle procedure di appalto” (pag. 21 del documento riassuntivo dei pareri ricevuti), ANAC risponde (Relazione AIR, pag. 17): “Con riferimento alle osservazioni formulate da Alleanza Cooperative Sociali Italiane in ordine alla partecipazione delle organizzazioni di volontariato alle procedure di affidamento pubblico, si ritiene che in linea con la giurisprudenza più recente, (Consiglio di Stato, Sez. III 17/11/2015 n. 5249) debba essere riconosciuta l’ascrivibilità anche delle associazioni di volontariato, quali soggetti autorizzati dall’ordinamento a prestare servizi e a svolgere, quindi, attività economiche, ancorché senza scopi di lucro, al novero dei soggetti ai quali possono essere affidati i contratti pubblici (cfr. Cons. St., Sez. III, 16 luglio 2015; n.3685; Sez. VI, 23 gennaio 2013, n.387), escludendo, quindi, il carattere tassativo dell’elenco contenuto nell’art. 34 d.lgs. n. 163 del 2006”.

Dal punto di vista giuridico la posizione di ANAC potrebbe essere per molti versi discutibile, ma non è di questo che vogliamo parlare; anzi, proviamo a coglierne alcuni aspetti positivi: si fa prevalere un dato sostanziale sulla “formalità” dell’elenco dell’articolo 34 del 163/2006 (speriamo ne abbiano piena consapevolezza anche i TAR che alcuni anni fa misero in questione la partecipazione di consorzi di cooperative sociali che, avendo tra i propri soci associazioni del territorio e non solo cooperative, non erano a loro dire pienamente riconducibili appunto all'elenco dell’art. 34). E si dice – anche questo condivisibile - rifacendosi alla giurisprudenza europea, che per essere impresa non bisogna necessariamente mirare al lucro, ma realizzare in modo stabile attività economiche. Ma, appunto, non è dell’aspetto giuridico che vogliamo parlare. Il problema è un altro.

E questo "altro" non è nemmeno il tema che spesso costituisce il casus belli di varie controversie territoriali: volontariato negli appalti come concorrenza sleale per prestazioni surrettiziamente volontarie che costituiscono in realtà un fattore perturbante del costo del lavoro. Questo è solo contingenza, occasionalità, piccolo cabotaggio.

Anzi, ragionandoci: in un Paese dove abbiamo, per fare alcuni esempi, due milioni di non autosufficienti lasciati a sé stessi o a famiglie stremate, quattro milioni di persone in povertà assoluta senza alcuna copertura di welfare degna di questo nome, è ragionevole che tutto ciò che i cittadini sono disposti a fare gratuitamente sia messo in campo, se fatto non per sostituire i servizi esistenti ma per ampliare l’impatto complessivo del sistema di welfare sui cittadini.

Ecco, con questo “se” iniziamo a mettere a fuoco la questione. "Se", appunto, il complesso delle risorse del territorio, professionali e volontarie, venissero intese come un sistema di cui promuovere la crescita, la cooperazione e l’integrazione.

E questo andrebbe a vantaggio di tutti, massimizzerebbe il risultato ottimizzando l’allocazione delle risorse (dalle capacità professionali alle solidarietà di vicinato, dalla capacità di investimento in tecnologie alla gratuità) effettivamente disponibili sul territorio a vantaggio dei cittadini. Non, insomma l’assistente domiciliare o il volontario, ma l’assistente domiciliare e il volontario, ciascuno a fare il suo pezzo entro un progetto condiviso. In altre parole il prodotto sociale più alto ottenibile dato l’insieme di risorse disponibili e probabilmente la possibilità di realizzare servizi alla cittadinanza (non solo nel welfare locale ma in generale nella cura dell’ambiente, dell’arte, della cultura) altrimenti impossibili.

E questo scenario, di cui difficilmente si può negare la ragionevolezza, non è fantascienza amministrativa, ma prassi di alcuni territori (vedi ad esempio qui; e anche questo articolo); ma, inutile negarlo, è del tutto minoritario; il motivo è che, generalmente il meccanismo di ingaggio della pubblica amministrazione è, tranne poche eccezioni virtuose, esplicitamente e pervicacemente sub ottimale, distruttivo anziché produttivo di risorse, depressivo e non incentivante la costruzione di opportunità per i cittadini.

La logica di una gara è esplicitamente distruttiva della potenziale integrazione di risorse. Si sceglie un soggetto e tutti gli altri li si lasciano a casa; il problema non è di coloro che non sono scelti, ma delle risorse che, non scegliendoli, i cittadini non avranno a disposizione.

Ecco, mettere in gara il volontariato è l’episodio che meglio di tutti ci rivela l’insensatezza dell’attuale dottrina prevalente sul tema dei rapporti tra pubblica amministrazione e terzo settore. Ma come è possibile essere così sconsiderati? Non da un punto di vista giuridico, ma strategico. Si parlava, nella causa citata nella relazione ANAC, di ambulanze e di volontari disposti a fare i soccorritori. Ora, che senso ha instaurare meccanismi per cui qualcuno vincerà e qualcuno perderà, con la conseguenza di dire a cittadini disposti a fare un servizio gratuito di stare a casa a guardare la televisione, perché altri hanno vinto la gara?! Quale interesse pubblico si può mai dire di avere perseguito avendo ad esito il l’avere determinato la desistenza di qualcuno ad agire gratuitamente in favore di altri?

Quanto questo esito sia scriteriato è massimamente evidente nel caso di una gara per il volontariato. Ma, a ben vedere, non è difficile estendere un ragionamento simile anche in altri contesti, compresa la (gran parte della) cooperazione sociale, quella che non ha azzerato la capacità di evocare e organizzare imprenditorialmente risorse aggiuntive e irripetibili. Le capacità professionali, i sistemi di relazione territoriali, la capacità di coinvolgere i cittadini sono capitali inscindibilmente legati con i soggetti che li hanno sviluppati, non sono sostituibili con altre di caratteristiche simili come una fornitura di mattonelle o di detersivi.

Anche se è meno evidente rispetto a quando si opera con il volontariato, ogni volta anziché integrare le risorse le si sceglie come se fossero tra loro alternative si distrugge un pezzo di capitale sociale che sarebbe servito ai cittadini.

Obiezioni possibili? Molte.

La prima è che è il terzo settore a non saper lavorare insieme (tanto è vero che talvolta, per ritornare al pretesto da cui siamo partiti, è il volontariato stesso a rivendicare di poter concorrere a gare). Vi è chi è devoto ad una divinità e chi no, chi parteggia per un politico locale e chi per un altro e molti ben persuasi di possedere un metodo di intervento assolutamente ineguagliabile (mentre quello altrui è deleterio); e molte altre cose simili, ostative comunque ad intraprendere una collaborazione. Purtroppo, almeno in buona parte, tutto ciò è vero. Ma una cosa è prenderne atto e lavorare per estirpare tali mentalità, un’altra è porre in un’arena come galli da combattimento coloro che già per natura sono forse portati a beccarsi, buttarli in un agone concorrenziale. La collaborazione va costruita con pazienza, soprattutto dopo vent’anni e più in cui ricercando i benefici della concorrenza si sono esacerbati gli spiriti di competizione.

La seconda è che la concorrenza comunque è utile. Si sostiene che porti a contenere i costi, ad esempio. Forse è vero (ma non sempre), ma è tutto da verificare in che modo, in servizi ad alta componente umana, ciò avvenga grazie a effettivi progressi organizzativi e quanto scaricando su parti deboli (lavoratori o destinatari) tale risparmio. Oppure si può dire che la concorrenza stimoli a conseguire la qualità migliore. Forse, anche se quanto appena detto sui costi potrebbe suggerire il contrario; ma si tratta del miglioramento di un soggetto, a discapito della distruzione di capitale di altri. Si è mai ragionato sull'impatto che avrebbe invece una crescita comune?

La terza è che meccanismi cooperativi non sono sempre generalizzabili. Questo è vero. Probabilmente vi è una parte del welfare che è (o è diventato grazie alla distruzione di risorse comunitarie) meramente standardizzato – prestazionale. Ma il fatto che esistano residualmente casi in cui non vi è alcuna risorsa da stimolare che abbia una natura non meramente valutabile con i criteri di mercato non può che essere, nei ragionamenti qui proposti, una condizione sub ottimale, da esperire quando altre non siano realizzabili.

Si potrebbe continuare, ma il quadro a questo punto è chiaro. Così forte è l’assuefazione a logiche competitive che si rischia di non cogliere l’insensatezza – politica, non giuridica – di selezionare attraverso una gara la gratuità. Ma se la si coglie, si capisce quante molte altre cose siano irragionevoli ma al tempo stesso così radicate nella mentalità comune che si rischia di non accorgersene

Login Form