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Ecco, la reazione a questa notizia fa la differenza. Dimmi come reagisci e ti dirò quale cooperatore sei.

La notizia è che secondo i dati dell'Osservatorio sul bilancio di welfare delle famiglie italiane realizzato da MB consulting: "le famiglie spendono di tasca loro per il welfare 109.3 miliardi - salute, assistenza anziani, istruzione dei figli, ecc. - ; il 36% ha rinunciato nell'anno ad almeno una prestazione essenziale, percentuale che sale al 56.5% per chi si trova in condizioni di debolezza economica" (Vedi Redattore Sociale 1 e 2, Corriere della Sera, Repubblica, SecondoWelfare, e tanti altri). NotizieinRete, primo tra tutti i media di settore,  ha raccolto tre opinioni a caldo.

 1) L'imprenditore sociale nuovista

«Ottima cosa! Una conferma in più che ci sono grandi prospettive per il futuro, possibilità di apertura di nuovi mercati. Dobbiamo intercettare questi 109 miliardi di domanda privata pagante senza lasciarceli soffiare, come sta accadendo, dalle altre imprese e dalle badanti. Ma il dato positivo è che abbiamo finalmente la conferma che vi è un ampio spazio per il social business ad alto impatto sociale indipendente dal finanziamento pubblico. Mappiamo il territorio: c'è spazio per poliambulatori, portali telematici per la vendita di servizi alle famiglie, asili nido, case di riposo... tantissime, cose, è fantastico! Avviamo senza esitazione delle ibridazioni con imprese for profit, per dare vita agli investimenti necessari. Per chi ha meno soldi pensiamo ad una fascia di servizi low cost; per i poveri intercettiamo le donazioni, ce ne sono miliardi disponibili, per aggiudicarcele basta investire di più sul fund raising ed essere innovativi e dinamici.»

2) Il retrò

«Il progressivo ritiro dello Stato dalla gestione dei servizi ha dato vita ad un sistema di servizi fortemente selettivo, dove i ricchi acquistano privatamente le prestazioni di cui hanno bisogno e i poveri rimangono privi dei servizi essenziali. Questo dimostra che la cooperazione sociale deve schierarsi per l'attribuzione al soggetto pubblico delle responsabilità di realizzazione dei servizi, eventualmente poi esternalizzati a cooperative sociali per l'esecuzione delle prestazioni, sempre avendo cura che ciò si verifichi senza decadimenti della qualità e con criteri di professionalità. Il punto di partenza è nel rifinanziamento del Fondo nazionale per le politiche sociali e del Fondo non autosufficienze in misura assai più ampia rispetto ad oggi e nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali, oltre che in un maggiore impegno della Sanità nell'assicurare i LEA in ambito socio sanitario.»

3) L'ipersussidiario

«Questa notizia dimostra che le famiglie italiane fanno moltissimo e riescono a rispondere in autonomia e auto organizzandosi ad una parte importante dei loro problemi; ma evidenzia altresì che senza un adeguato sostegno non possono farcela. Quindi, ad esempio, alla famiglia che si dedica alla cura del proprio anziano non autosufficiente, è necessario assicurare ogni tanto delle prestazioni di sollievo, formazione, sostegno psicologico, consulenze per le famiglie che vogliono associarsi tra loro, ecc. Questo consentirà di continuare a diminuire la spesa pubblica per il welfare, che tutti sappiamo essere diventata insostenibile, assicurando alle persone fragili la migliore assistenza possibile.»

Sì è vero, forse sono personaggi di fantasia, ma è difficile saperlo, anche perché la notizia non ha ricevuto particolari commenti nell'ambito del terzo settore. Quindi continuiamo ad andare avanti e proviamo a immaginare questi tre personaggi.

L'imprenditore sociale nuovista una volta era diverso. Parlava di giustizia sociale, di equità; poi ha iniziato con il dire "ma sì, queste cose le sappiamo, è inutile ripetercele ogni momento" e ha smesso: prima, di dirle, poi anche di pensarle. Oggi per lui non ci sono diritti ma "target commerciali", non ci sono bisogni cui rispondere ma "potenziali aree di social business". Guarda al welfare con un misto di insofferenza e noia, anche se con i cooperatori sociali non può dirlo fino in fondo; cerca di sopportarli anche se li regge a stento. Comunque è molto più a suo agio a parlare con altri imprenditori di business plan e dei grafici immancabilmente in salita.

Il retrò si sente interprete autentico dei bisogni del popolo, che sfortunatamente nessuno capisce. Ha in mente alcune semplici equazioni: diritti =  ente pubblico = spesa sociale e non riesce a immaginare nulla di diverso da quello che ha sempre fatto; solo vorrebbe che ci fossero i soldi per farne di più, molto di più e sempre di più. Si sente tremendamente incompreso e va a lavorare ogni giorno più demotivato..

L'iperussidiario spesso è un politico in malafede, qualche volta un cooperatore sociale affamato di un'ideologia che lo legittimi in modo diverso dall'essere considerato fornitore di ore a basso costo da un ente locale. Scambia la valorizzazione della famiglia con il lasciarla vergognosamente sola di fronte a pesi insostenibili,  qualche mancia simbolica erogata mentre si distruggono le fondamenta del sistema di welfare con la  "promozione della società civile". Insieme all'imprenditore sociale nuovista ama ripetere che "con la crisi lo Stato non ha più le risorse per assicurare i servizi di welfare".

 

E quindi, da dove ripartiamo?

Sicuramente, dal dire che è intollerabile che un terzo dei nostri concittadini debbano comprimere bisogni essenziali e che debbano farlo oltre metà di quelli più poveri. Che rinuncino a curarsi, che non sappiano come gestire un genitore anziano, che sacrifichino le attività che farebbero crescere meglio i propri figli.

Un'impresa sociale prende le mosse prima di tutto dal voler incidere sulla mancata soddisfazione di diritti e bisogni essenziali e sulla discriminazione che troppi cittadini subiscono.

Questo non significa certo che l'unico modo per rispondervi sia quello tradizionale, la moltiplicazione della spesa pubblica per attivare servizi basati su prestazioni. Non significa nemmeno però che le istituzioni possano deresponsabilizzarsi, cavarsela con qualche elargizione alle famiglie e privatizzando a quel punto il bisogno.

La strada da seguire è sicuramente incerta e in parte da inventare, ma richiede una grande responsabilità pubblica da esercitare attraverso alleanze estese di cui le imprese sociali sono una parte e che mettono insieme risorse professionali i comunitarie per affermare ed estendere i diritti dei cittadini. E' la via esplorata in tante esperienze in cui amministrazioni innovative, prossimità, impresa sociale e comunità si fondono e danno vita a combinazioni inedite.

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