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NotizieInRete 210 - 2 maggio 2011 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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- 10-05-2011 - Corso Foncoop su immigrazione ed accoglienza il 16-17-18 maggio

- 29-04-2011 - Pachino (SR), un progetto nelle scuole

- 27-04-2011 - Aperte le iscrizioni ai master di ASVI

- 26-04-2011 - Seminario su giovani e dipendenze a Faenza

- 19-04-2011 - Assegnato un bene confiscato a SolCalatino

 

Venerdì 20 maggio, a Firenze presso Terrafutura, Assemblea dei soci di Idee in Rete

 

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La macchina del fango Welfare: omissioni in libertà e tre domande

"La macchina del fango" è l'espressione che Roberto Saviano nella fortunata trasmissione Vieni via con me ha utilizzato per descrivere la comunicazione centrata su delegittimazione e screditamento gratuiti.


In questi giorni ha iniziato a circolare l'esito dell'indagine che l'AVCP ha avviato, a partire dal luglio scorso, sulle convenzioni articolo 5. Sulla base di informazioni frammentarie, l'Autorità aveva parlato nel luglio scorso di miliardi illegittimamente affidati attraverso le convenzioni, facendo intendere che si trattasse di una colossale truffa. Quanti enti pubblici hanno desistito a stipularne, in questi mesi, sentendosi sotto pressione dell'autorità? Quanti svantaggiati che avrebbero potuto lavorare sono rimasti a casa?

Arrivano ora gli esiti. 291 convenzioni esaminate. In nessuno dei casi viene constatato quello che sembrava essere, nelle dichiarazioni di stampa di luglio, il delitto più diffuso, l'affidamento di servizi alla persona con convenzioni ex articolo 5. In 2 casi (2!) emerge uno scorretto utilizzo di convenzioni sopra soglia.

Negli altri casi nulla di apertamente censurabile, anche se l'autorità alimenta ipotesi di frazionamenti e di altre scorciatoie che potrebbero essere presenti (come del resto in una molteplicità di affidamenti che nulla hanno a che vedere con la 381/1991). Lo fa non con i toni doverosamente contriti di chi ha sollevato un dannoso polverone per nulla, ma di chi ha colto gli altri in fallo, e di questo tenore sono molti dei primi commenti che si leggono in rete. Ma i dati documentano altro.

- Vedi una delle reazioni di stampa all'indagine AVCP

- Leggi l'articolo completo di Beppe Guerini

- Leggi l'articolo completo di Gianfranco Marocchi


Repubblica pubblica invece un pezzo gratuitamente titolato "Bambini in casa-famiglia business da un miliardo all'anno" e che si chiede (testualmente) "Chi lucra sulla pelle di migliaia di bambini e adolescenti che provengono da situazioni difficili, molto spesso drammatiche?" Il lucro consisterebbe nel fatto che questi "soldi pubblici" (e ci mancherebbe, caro articolista di Repubblica, soldi di chi, se no? dei bambini? dei lavoratori delle comunità che dovrebbero lavorare senza stipendio e mantenere i bambini stessi?) alimentano la sete di lucro delle comunità, che pertanto tentano artificialmente di tenere i bambini presso la propria struttura. Ancora sciocchezze in libertà: come se fosse una decisione autonoma delle strutture inserire o dimettere. Si chiede poi l'articolista, chi controlla l'operato delle case famiglie (sottointendendo che non lo faccia nessuno)? Mai sentito parlare di vigilanza? di autorizzazione e accreditamento? di ispezioni? Mai preso contatti con qualche ufficio comunale che si occupa di minori?

E ancora, si introduce il sospetto che le rette (70-120 euro, ricorda l'articolista) siano gonfiate, che i bambini vaghino come pacchi postali e tante altre cose. Su che basi lo si afferma? Non sono citati casi, non sono citate indagini quantitative in cui emerga che in una quota di strutture si verifichino tali disdicevoli situazioni.

- Leggi l'articolo completo di Beppe Guerini.


In conclusione. Già lo si era affermato a proposito di una sconclusionata puntata di Report sui servizi per l'infanzia circa un anno fa, lo si deve ripetere ora. Il problema non è certo quello di zone franche che rendano taluni soggetti al di sopra delle critiche. Ben venga l'informazione, quella d'assalto, laddove documenta scorrettezze della cooperazione; altro non farebbe che unirsi alla denuncia della cooperazione spuria che la cooperazione autentica non si stanca di fare. Ma quando un alto funzionario pubblico o un giornalista professionista abusano della credibilità affidata al proprio ruolo per dar voce a spropositi privi di ogni riscontro e fondamento, allora non siamo nel diritto di critica, ma nella macchina del fango. Quella che punta a dire che in fondo sono tutti uguali, che tutti ci mangiano. Magari qualche "santo subito" nel terzo settore giornalisticamente ogni tanto è utile, ma in generale cooperazione e terzo settore sono presentate come una cosa sporca, guidata dalla voglia di lucro. Il corollario è chiaro: se anche lì c'è del marcio, c'è del marcio ovunque. Se c'è ovunque è normale essere marci. Se è normale essere marci, nessuno obietti contro il marciume, tanto anche lui c'è in mezzo.

Alcuni recenti dati, conditi da abbondanti omissioni, rendono poco chiaro il dibattito sul welfare. Proviamo a fare un po' di ordine.

Una prima idea circolata nei giorni scorsi è che il welfare, in fondo, non stia affatto male. L'Istat dice che la spesa dei comuni cresce. Vero, questi sono i dati; ma calare questi dati nel dibattito attuale, omettendo che l'ultimo anno considerato è il 2008 è operazione un po' astuta; allora infatti non erano ancora stati assunti i tre provvedimenti che generano la sofferenza del welfare locale: il DL 112/2008 (decreto Tremonti) che tra le altre cose tagli i trasferimenti agli enti locali dal 2009 in avanti; i tagli successivi al fondo nazionale per le politiche sociali e agli altri fondi "sociali", all'epoca ancora su valori "storici"; i tagli del DL 78/2010, con effetti dal 2011 in avanti.

Sempre in quest'onda, nel dicembre scorso era stato sottolineato dal Governo che la spesa per il welfare in Italia è notevolmente cresciuta in questo ultimo biennio (vedi la nota sulla spesa sociale e il commento a suo tempo fatto da NotizieInRete). Ciò corrisponde al vero, basta intendersi su cosa sia il welfare. Crescono i trasferimenti e gli ammortizzatori sociali, cresce il welfare consistente nel detassare la prima casa ai cittadini abbienti. Diminuiscono i servizi. Ma dal momento che i servizi, nel nostro Paese, sono di entità incomparabilmente minima rispetto ai trasferimenti, il saldo complessivo del welfare risulta positivo.

 

NotizieInRete ha più volte evidenziato la caduta del livello di finanziamento del welfare di servizi (1 e 2), ma ora anche questo approccio alla questioni appare limitativo. La questione oggi non è tanto quella della diminuzione di entità dei grandi fondi nazionali per il welfare. E' il fatto che essi sono destinati, nella mente del Governo, a scomparire e ad essere delegate ai welfare regionali. La legge 42/2009 formalmente mantiene un'unitarietà che dovrebbe essere garantita dalla definizione di livelli essenziali delle prestazioni; ma cosa ciò potrà significare in un ambito, come quello del welfare in cui - a differenza di sanità e istruzione - mancano completamente standard e linguaggi comuni, è tutto da vedere. In sostanza, gli interrogativi sul welfare, non riguardano solo le risorse (che non sono in crescita), ma il modello complessivo di welfare; tre domande per iniziare:

  • è condivisibile la reimpostazione del welfare su base regionale, dove il dato unitario nazionale sia assicurato da futuribili e probabilmente evanescenti Livelli essenziali?

  • è condivisibile l'enfasi sul un welfare aziendale, dove i cittadini godono di diritti (!) se inclusi nel mercato del lavoro (perché mai?) e ancor più se lavorano in una "buona" azienda?

  • è condivisibile, in un Paese che secondo tutte le comparazioni internazionali, è già sbilanciato sui trasferimenti, un indirizzo che diminuisca le risorse per i servizi per impiegarle in trasferimenti economici? In che misura "dare soldi in mano" (e poi invitare il cittadino ad arrangiarsi) si concilia con una visione di welfare attivo propagandata dal libro bianco?

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