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Alla ricerca della coesione sociale

L'uscita, la settimana scorsa, del Rapporto sulla coesione sociale 2011 è l'occasione per riflettere su questo tema.

Va premesso che di per sé il Rapporto non presenta dati nuovi, ma si limita ad aggregare informazioni diffuse dai tre enti in altre pubblicazioni per inserirle in un quadro complessivo, anche se non sempre del tutto coerente. Sono riproposti, tre l'altro, i dati sulla  spesa socio assistenziale degli enti locali, risalenti al 2008, anno precedente all'inizio delle politiche restrittive su questo tipo di spesa.

 Dal 2003 al 2008 la spesa media procapite - 111 euro all'ultimo dato disponibile - aumenta di 8 euro in cinque anni a prezzi costanti, non riuscendo ad intaccare il differenziale negativo che vede l'Italia in svantaggio rispetto alla media europea del 31% rispetto alla tutela della non autosufficienza, del 61% rispetto a famiglia e maternità e del 75% rispetto al contrasto della povertà.

REGIONI

Spesa assistenziale comuni

Anno 2008

Valori assoluti 

pro-capite

Piemonte

621.626.958

140,7

Valle d'Aosta

33.272.949

263,0

Lombardia

1.164.929.686

120,2

Trentino-Alto Adige

248.727.454

245,5

Bolzano

103.818.844

209,2

Trento

144.908.610

280,5

Veneto

538.851.761

110,9

Friuli-Venezia Giulia

258.974.626

211,1

Liguria

222.439.539

138,0

Emilia-Romagna

723.457.974

168,0

Toscana

481.426.556

130,4

Umbria

84.881.434

95,4

Marche

166.487.294

106,6

Lazio

750.904.855

134,2

Abruzzo

86.156.607

64,8

Molise

13.255.436

41,3

Campania

312.039.395

53,7

Puglia

224.936.434

55,2

Basilicata

34.129.675

57,8

Calabria

60.901.905

30,3

Sicilia

354.047.507

70,3

Sardegna

280.935.555

168,4

 

 

Italia

6.662.383.600

111,4

Nord-ovest

2.042.269.132

129

Nord-est

1.770.011.815

155

Centro

1.483.700.139

126

Sud

731.419.452

52

Isole

634.983.062

95

Ma accanto ai dati aggregati, viene le tabelle allegate al rapporto evidenziano lo squilibrio territoriale, incredibile per un Paese che voglia sentirsi tale: la spesa procapite della provincia di Trento è oltre 9 volte superiore a quella della Calabria; ma anche tralasciando le regioni a statuto speciale, l'Emilia Romagna dedica ai propri cittadini 5 volte le risorse della Calabria; e in generale il nord est, nel suo complesso, offre ai propri cittadini  tre volte le risorse assicurate dalle regioni del Sud.

Il problema è ulteriormente significativo se si considera che, soprattutto negli ultimi anni, la gran parte degli interventi impattano su aspetti "essenziali": integrazioni rette per inserimenti di persone non autosufficienti indigenti o di minori con provvedimenti giudiziari che richiedono collocazione extrafamiliare, per fare degli esempi. Percentualmente il peso economico di interventi diversi, più "socialmente promozionali", è minimo e in decrescita.

Il differenziale impatta quindi direttamente - attraverso l'allungamento delle liste di attesa o, nei casi più gravi, il sostanziale ritiro da parte delle istituzioni - su aspetti connessi a diritti sociali che ragionevolmente nessuno di noi si sentirebbe di mettere in discussione.

Mettiamo dunque da parte per un attimo l'aspetto della "rivendicazione" di risorse adeguate, concentrandosi sulla questione distributiva.

E' mai possibile che, a partire da questi dati, l'enfasi politico - culturale dell'ultimo decennio si sia focalizzata su orientamenti tesi non solo ad ignorare tale disuguaglianza di diritti, ma ad aumentarla? Che le macro strategie di riordino - ed anche una parte del dibattito nel terzo settore - prevedano:

  • il finanziamento del welfare locale unicamente attraverso risorse di fiscalità regionalizzata e la cancellazione di risorse trasferite dal livello statale secondo criteri uniformi;

  • il sostanziale abbandono di ogni - pur già improbabile - lavoro sui livelli essenziali di prestazioni;

  • l'enfasi sul welfare aziendale, cioè su una copertura dei bisogni che rende diversi i cittadini a seconda dell'azienda in cui lavorano (e del fatto che lavorino o meno) chissà poi perchè;

  • l'enfasi sul welfare assicurativo, evidentemente connesso alle capacità di accantonamento individuale.

Intendiamoci: ciascuno di questi ragionamenti porta con sé aspetti condivisibili, che in generale potremo ricondurre ad un richiamo alla responsabilizzazione sussidiaria - verticale e orizzontale - e ad un più ampio ruolo della società civile. Ma quello che non torna è affermarli dimenticando che alla base vi è una situazione del nostro Paese in cui la prima priorità è accomunare i cittadini su un pari livello di diritti essenziali

Quante volte l'enfasi - comunicativa ed operativa, in termini di controlli eseguiti dall'INPS - sulla disuguaglianza nelle percentuali di invalidità civile, maggiore nelle regioni del sud, è stata accompagnata da un pari attivismo sul fronte della pari tutela dei diritti sociali?

Quante iniziative politiche o anche solo dichiarazioni pubbliche il ministro Fornero o i suoi sottosegretari Guerra e Martone hanno dedicato ad una così palese disuguaglianza nella salvaguardia di diritti essenziali dei cittadini?

Quanta consapevolezza vi è che anche su questi temi si gioca la possibilità che il nostro Paese possa ritrovare la coesione necessaria per il proprio rilancio?

 

Su questi temi vedi anche l'articolo di Ascoli su nelmerito.com già segnalato da NotizieInRete

Sempre a proposito di coesione, trova le differenze

1) A partire dalla ricerca Capitale umano e qualità del lavoro nel settore dei servizi sociali del 2000, Carlo Borzaga e altri ricercatori di Euricse, si sono soffermati sul tema dell'equità percepita come elemento centrale nel rapporto del lavoratore con la propria cooperativa (per una sintesi online sul tema, vedi questo numero di Impresa Sociale del 2007 e questo working paper di Issan); accanto ai temi motivazionali più classici, come quello dell'altruismo, queste ricerche hanno messo in luce come i lavoratori siano più soddisfatti - e dunque più motivati, fidelizzati, orientati a profondere impegno sul lavoro - per effetto della qualità delle relazioni con colleghi e dirigenti e quando avvertono che nell'organizzazione il sistema di distribuzione delle risorse è orientato a criteri di equità: "...In particolare la ricerca ha messo in luce che la soddisfazione per il lavoro è influenzata positivamente sia dalla presenza di motivazioni intrinseche che da alcune caratteristiche del lavoro (tra cui soprattutto flessibilità, autonomia e possibilità di partecipazione) e dalla qualità delle relazioni con colleghi, utenti e superiori ..., ma soprattutto dai livelli di giustizia o equità - distributiva e procedurale - percepita dagli stessi lavoratori". Tutto questo va a costituire "un modello di “relazioni industriali” coerente appunto con la natura cooperativa e sociale di queste organizzazioni ed in grado di spiegarne l’affermazione anche in un contesto di risorse economiche limitate."

 

2) Alcune fonti di stampa hanno ripreso nei giorni scorsi alcuni dati ACGS che evidenziano come l'Italia sia 22a in Europa per il livello di salari (penultima, dopo la Grecia) e seconda nelle retribuzioni dei manager. Non che sia un problema solo italiano: nel 2010, ci informa la stessa fonte, mentre i salari dei lavoratori crescevano in media del 1.7%, pari in sostanza al tasso di inflazione, i compensi dei manager aumentavano del 20% in Svizzera, del 22% in Germania e addirittura del 34% in Francia. Gli italiani si piazzano assai bene nella classifica individuale, con il record di Profumo (40 milioni) e con Marchionne, che ne percepiva 23, mentre migliaia dei suoi operai erano in cassa integrazione.

 

3) Questa settimana nel suo blog Flaviano Zandonai torna sul tema della resilienza, la "la capacità di piegarsi di fronte a una sollecitazione senza distorcersi in modo permanente", evidenziando, pur senza nascondere alcune problematicità di medio periodo, come le "cooperative e imprese sociali interpretino la resilienza limitando le spese e contraendo gli utili per mantenere inalterata (o non eccessivamente compromessa) l’offerta di servizi e i livelli occupazionali. Le for profit, invece, sono più propense a tagliare i livelli occupazionali e ad abbandonare in fretta mercati saturi al fine di mettere in cascina risorse in attesa di tempi migliori".

 

In sostanza, mentre nel nostro Paese si sviluppava una "retorica del sacrificio" a senso unico, a fronte della diminuzione di risorse le disuguaglianze aumentavano; nel mondo cooperativo, nella stessa situazione e già a partire da un approccio orientato all'equità e all'uguaglianza, alle situazioni di difficoltà si è generalmente risposto salvaguardando innanzitutto le situazioni dei lavoratori.

Non si tratta solo di moralismo - anche se un po' di etica, quello sì - si tratta di capire come sia possibile ricostruire la coesione di un Paese dove ragionevolezza e rinunce siano richiesti senza termini di equità.

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